Storia della Sardegna

La storia della Sardegna riguarda le vicende storiche relative all’isola della Sardegna.

Cartina politica della Sardegna

Situata nel Mediterraneo occidentale, la Sardegna è stata sin dagli albori della civiltà un attracco assiduamente frequentato da quanti navigavano da una sponda all’altra del Mediterraneo in cerca di materie prime e di nuovi sbocchi commerciali.
Ricco di materie prime e di acque, il suo territorio ha sempre favorito il popolamento e l’impianto di insediamenti considerevoli.
Fu così che l’Isola nella sua storia millenaria ha saputo trarre vantaggio sia dalla propria insularità che dalla posizione strategica, in quanto luogo imprescindibile nella rete degli antichi percorsi. Nel suo patrimonio storico e culturale si trovano abbondanti le testimonianze delle culture indigene ma anche gli influssi e le presenze delle maggiori potenze coloniali antiche.

Secondo una dibattuta tesi dello studioso Giovanni Lilliu, la storia sarda è stata in ogni tempo caratterizzata da ciò che egli definiva come ‘costante resistenziale sarda’, ossia la lotta millenaria condotta dagli isolani contro i nuovi invasori: nei periodi in cui subirono l’influenza delle maggiori potenze coloniali, secondo il noto archeologo, il tessuto di sardità e le antiche tradizioni sarebbero state custodite attraverso i secoli dalle popolazioni barbaricine che le hanno tramandate fino ai nostri giorni.

Preistoria
Paleolitico e Mesolitico

Le prime tracce di presenza umana (Homo erectus) sull’Isola risalgono al Paleolitico inferiore e consistono in rudimentali selci scheggiate, ritrovate nel sassarese a Perfugas, risalenti a un periodo compreso tra i 500.000 e i 100.000 anni fa.

Le prime tracce riconducibili all’Uomo moderno (Homo sapiens) risalgono invece a circa 20.000 anni fa. Gli scavi effettuati nella Grotta Corbeddu, presso Oliena, hanno restituito pietre sbozzate e fossili umani. Al Mesolitico vengono datati i reperti della Grotta Su Coloru di Laerru e quelli del sito di Su Carroppu di Sirri mentre risalgono al periodo di transizione tra Mesolitico e Neolitico, degli scheletri umani scoperti nella marina di Arbus, in località Su Pistoccu, rinominati dagli archeologi Beniamino e Amsicora.

Neolitico e Calcolitico

Numerose sono le testimonianze del Neolitico antico. Gli antichi abitanti di quest’epoca incidevano le ceramiche con il bordo di una conchiglia, il Cardium edulis, e la civiltà cardiale si sviluppò dal 6.000 a.C. sino al 4000 a.C. circa. Viene suddivisa dagli studiosi in tre fasi:

Su Carroppu (6.000-4.700 a.C.);
Grotta Verde (4.700-4.300 a.C.);
Filiestru (4.300-4.000 a.C.).
La successiva civiltà di Bonu-Ighinu durò fino al 3500 a.C. circa e ad essa seguì, con il breve interludio della cultura di San Ciriaco (3400-3200 a.C.), la civiltà di San Michele di Ozieri, legata alle culture delle Isole egee, che si protrasse fino al 2700 a.C..

I Sardi neolitici vivevano sia in villaggi all’aperto che in grotte, allevavano bestiame, coltivavano cereali, conoscevano la caccia, la pesca e la tessitura. Utilizzavano strumenti in selce e in ossidiana di cui l’Isola – grazie ai giacimenti del Monte Arci – abbonda, e il cui commercio ebbe inizio già in epoca pre-neolitica. Scolpivano statuine stilizzate raffiguranti la Dea Madre accentuandone le forme del seno e del bacino (raffigurazioni steatopigie). Fabbricavano inoltre ceramiche di diversi stili e le decoravano in vario modo; lavorarono per la prima volta il rame e l’argento ed edificarono una delle più enigmatiche costruzioni del periodo prenuragico, l’Altare preistorico di Monte d’Accoddi, che verrà ristrutturato varie volte nei secoli a venire.

Si svilupparono in quel periodo alcune forme di architettura funeraria megalitica come le tombe a circolo, comparse soprattutto in Gallura nell’ambito della cultura di Arzachena (ma con riscontri anche in altre parti dell’Isola e nell’area Corso-Pirenaica), composte da una cista litica a forma quadrangolare, che fungeva da sepolcro, circondata da un circolo formato da altre lastre ortostatiche in pietra e segnalate dai menhir (o perdas fittas), grandi pietre conficcate nel terreno di cui la Sardegna è disseminata; altre sepolture di tipo megalitico di poco successive erano i Dolmen, diffusi in particolare nel centro-nord dell’Isola (tra i più significativi spicca quello di Sa Coveccada presso Mores) e comuni a gran parte dell’Europa occidentale e settentrionale, ma anche al Vicino Oriente. L’altra forma sepolcrale che ha caratterizzato quell’epoca sono le cosiddette domus de janas (case delle fate o delle streghe), tombe ipogeiche scavate nella roccia che riproducevano l’intera struttura abitativa. Il pavimento e le pareti della tomba, ma anche il corpo del defunto, venivano rivestiti di ocra rossa.

Vaso tetrapode da Santu Pedru, cultura del vaso campaniforme
Nella fase finale del periodo neolitico, detta Calcolitico, si susseguirono le culture di Abealzu-Filigosa (2700-2400 a.C.), di Monte Claro (2400-2100 a.C.) e quella del Vaso campaniforme (2100-1800 a.C.), quest’ultima ritenuta di apporto esterno e importata probabilmente da piccoli gruppi etnici giunti, in varie ondate, dal Continente (Francia, Spagna, Centro Europa).
La metallurgia del rame ebbe un’ulteriore sviluppo con la conseguente diffusione delle armi (pugnali), che compaiono ora di frequente anche nelle sepolture e nell’arte figurativa con le statue stele del Sarcidano e di altri territori contigui.
Le grandi muraglie megalitiche a difesa degli insediamenti, come nel caso del Complesso di Monte Baranta, testimoniano il sopraggiunto clima di insicurezza che aleggiava fra le popolazioni sarde nella prima età dei metalli.

Civiltà nuragica

La Civiltà nuragica ebbe origine durante la fase culturale detta di Bonnanaro (1800-1600 a.C. circa), imparentata con la precedente cultura del vaso campaniforme e con quella di Polada, e secondo le ricerche degli studiosi fu il frutto dell’evoluzione delle preesistenti culture megalitiche.

Si diffondono i manufatti in bronzo e i pugnali si evolvono nelle prime spade, come quelle in rame arsenicale rinvenute nell’ipogeo di Sant’Iroxi in territorio di Decimoputzu. I dolmen a galleria (o allée couvertes) del periodo prenuragico si trasformano in tombe dei giganti, lunghe anche 30 metri, e vengono eretti i primi protonuraghi o nuraghi a corridoio di cui se ne conoscono circa 500 esemplari.

I nuraghi a tholos rappresentano l’evoluzione dei protonuraghi e sono inizialmente del tipo monotorre ma con il passare dei secoli diventano sempre più complessi, fino ad assumere l’aspetto di vere e proprie regge con numerose torri attorno ad un mastio centrale (ad esempio Su Nuraxi di Barumini e Arrubiu di Orroli). Più di 7000 nuraghi, in media uno ogni 4 km² caratterizzano ancora oggi il territorio della Sardegna. Erano il centro della vita sociale delle comunità sarde ed attorno ad essi si sviluppavano i villaggi di capanne circolari.

Secondo le ipotesi degli studiosi, l’isola in quel periodo era molto popolata: alcune ipotesi indicano che su una media di 5000 nuraghi semplici e di 3000 fra nuraghi complessi e villaggi, con una media di 10 abitanti per ogni torre isolata e di 100 abitanti per ogni borgo, si poteva contare una popolazione di circa 245.000 unità (la Sardegna raggiungerà nuovamente una simile densità abitativa solo nel XV secolo); altre ipotesi fanno supporre ad un numero maggiore, tra i 400.000 e i 600.000 abitanti.

Navicella nuragica

I Nuragici furono gli abitatori della Sardegna per oltre un millennio. Erano un popolo di guerrieri, pastori e contadini, suddivisi in piccoli nuclei tribali (clan). Grazie a nuovi reperti archeologici si fa sempre più certa l’ipotesi che fossero abili nell’arte della navigazione che gli permetteva di spostarsi in tutto il bacino del Mediterraneo, mantenendo contatti con le popolazioni micenee, cretesi, cipriote, etrusche e iberiche. Ceramiche nuragiche risalenti ad un periodo compreso fra il bronzo medio e il bronzo finale sono state scoperte infatti nell’Ellade, a Creta, Cipro e in Sicilia, mentre alla prima età del ferro sono da ascrivere i reperti ceramici rinvenuti lungo le coste iberiche e quelle tirreniche. Tali ceramiche per la maggior parte non costituivano prodotti da esportare e commerciare, ma erano prevalentemente vasi comuni, anforette, olle utilizzate dai marinai nuragici come ceramica di bordo, mentre le brocchette askoidi, considerate tra i contenitori nuragici più raffinati, dal collo sottile e dal corpo globulare, finemente decorate e rinvenute in tombe etrusche, secondo gli studiosi, contenevano vino sardo commerciato con gli Etruschi che nel IX – VIII secolo a.C. ancora non coltivavano la vite. Allo stesso tempo perline in vetro, ceramiche, avorio e lingotti di rame a pelle di bue raggiungono l’Isola dal mediterraneo orientale.

I pozzi sacri e i cosiddetti tempietti a megaron costituiscono le più importanti strutture religiose di questa civiltà. Al riguardo dei pozzi sacri, dedicati al culto della acque, secondo le recenti ricerche dello studioso Arnold Lebeuf,
il pozzo sacro di Santa Cristina, in particolare, è risultato essere un elaborato osservatorio astronomico tanto da suggerire che i popoli nuragici possedevano conoscenze molto avanzate per un’epoca così lontana. Solo una perfetta conoscenza delle complicate teorie lunari poteva rendere possibile, secondo lo studioso, il disegno e la costruzione dell’osservatorio il cui progetto è stato pianificato punto per punto prima di scavare sulla roccia.

Vengano annoverate fra le più importanti produzioni artistiche nuragiche le grandi statue in arenaria dei giganti di Monte Prama, alte anche più di due metri e raffiguranti arcieri, pugilatori e guerrieri, e i bronzetti, statuette in bronzo realizzate con la tecnica della cera persa tipiche di quel periodo, con raffigurazioni di soggetti a volte realistici, a volte immaginari.

Con l’arrivo in Sardegna dei Cartaginesi prima e dei Romani poi, i Nuragici si ritirarono nelle regioni interne dell’Isola opponendo una fiera resistenza agli invasori.

Epoca antica
Sardegna fenicia e cartaginese

I Fenici giunsero in Sardegna tra il X e l’VIII secolo a.C., periodo nel quale la Civiltà nuragica era nel massimo del suo splendore. Giunti come mercanti (e non come invasori) si integrarono nei villaggi nuragici costieri, portando in Sardegna nuove tecnologie, nuovi stili di vita e dando impulso ai commerci. La loro presenza è stata riscontrata nei principali punti di approdo, generalmente nelle piccole penisole o nelle isole, lungo l’arco sud-occidentale, centro-occidentale e sud-orientale dell’Isola, negli insediamenti di Nora, Sulki, Monte Sirai, Bithia, Tharros, Othoca, Karalis, Bosa, Sarcapos, Olbia e altri minori, che furono anche i più importanti centri urbani dell’epoca cartaginese e romana.

I Cartaginesi si interessarono all’Isola a partire dal VI secolo a.C. con l’intenzione di assoggettarla e includerla nei loro domini, così come la neo-conquistata Sicilia occidentale. Un primo tentativo di conquista guidato da Malco fu sventato dalla vittoriosa resistenza nuragica (e probabilmente dalle città-stato sardo-fenicie) intorno al 540 a.C.

Tuttavia, a partire dalla fine del 510 a.C. circa, la parte centro-meridionale dell’Isola, a seguito di una seconda spedizione punica, entrò nell’orbita cartaginese. I Cartaginesi ampliarono le preesistenti città costiere, facendo forse di Tharros la capitale della provincia, e ne edificarono delle nuove (tra cui Olbia, Cornus e Neapolis), proibirono la coltivazione degli alberi da frutto a favore della sola cerealicoltura.

Fra le più significative testimonianze dell’età fenicio-punica è da citare la necropoli sul colle di Tuvixeddu di Cagliari, nell’antica Karalis, considerata la più estesa necropoli fenicio-punica esistente nel Mediterraneo, mentre a Sulki (odierna Sant’Antioco) si trova il tophet più grande mai ritrovato finora.

Sardegna romana

I Romani ottennero la Sardegna nel 238 a.C. al termine della Prima Guerra Punica. Nel 215 a.C., mentre Annibale invadeva la penisola italica, il condottiero sardo-punico Amsicora, un ex latifondista di Cornus, alleato coi popoli nuragici dell’interno, guidò la resistenza anti-romana, ma fu sconfitto in una battaglia campale svoltasi nel campidano di Cagliari.

Per lungo tempo la dominazione romana fu segnata dalla difficile convivenza con i Nuragici. Gradualmente si raggiunse una certa integrazione, anche se costanti furono le rivolte, in particolare quelle dei Balari e degli Iliensi. I maggiori centri ben presto si romanizzarono e Karalis divenne la capitale della nuova provincia. La città crebbe e fu arricchita di monumenti, tra i quali l’esempio più notevole è probabilmente l’anfiteatro, che fino al 2011 era ancora sede di spettacoli.

Tempio di Antas, Fluminimaggiore
Tempio di Anta, Fluminimaggiore
Nel nord dell’isola, i Romani fondarono il porto di Turris Libisonis, l’odierna Porto Torres, e fecero della cittadina cartaginese di Olbia un centro importante dotata di piazze, acquedotti e complessi termali. Nel 1999, nelle acque dell’attuale porto vecchio furono recuperati 18 relitti di navi romane, di cui due probabilmente dell’età di Nerone, testimonianza dell’importanza dello scalo portuale della città. Ancora oggi le aree urbane situate in queste località, ovvero Cagliari, Sassari e Olbia, sono le principali città dell’isola. Dotarono inoltre l’isola di una rete stradale utilizzata soprattutto per mettere in comunicazione i centri della parte meridionale con il settentrione. A metà di una di queste strade, fondarono Forum Traiani (presso l’attuale Fordongianus), che divenne il principale centro militare isolano e che nel I secolo d.C. fu dotato di un complesso termale. Svilupparono la coltivazione dei cereali e la Sardegna entrò a far parte delle province granaio, insieme alla Sicilia e all’Egitto.

Probabilmente, l’eredità culturale più importante del periodo romano è la lingua sarda, di ceppo neolatino e composta da numerosi dialetti interni convenzionalmente raggruppabili nelle varietà logudoresi e campidanesi.

Termine pubblicazione per il giorno 20 luglio 2020.

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